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Varietà dei grani

Grani antichi : Per grani ‘antichi’ intendiamo varietà che non hanno subito le radiazioni ai raggi gamma. A partire dagli anni ’60 queste modificazioni hanno portato alla nanizzazione del grano (l’altezza dello stelo è passata da1,50 mt circa a 70 cm) e alla  modificazione del glutine.

Oltre ad aver stravolto la natura del grano, le radiazioni ai raggi gamma hanno reso necessario l’utilizzo degli erbicidi e dei pesticidi nella coltivazione del grano (perché i grani nani competono con le erbe spontanee a differenza di quelli a taglia alta) e sono la causa di un grosso incremento dell’intolleranza al grano nella popolazione mondiale dovuta al glutine troppo resistente e poco digeribile.

Altezza di grani moderni e grani antichi a confronto

Sul disciplinare di produzione di Montebello GRANI ANTICHI redatto dalla cooperativa Alce Nero troviamo una definizione delle Risorse genetiche agrarie da cui è fondamentale partire per comprendere appieno il tema dei GRANI ANTICHI e le differenze tra grani locali,l grani antichi e grani moderni:

Il Trattato Internazionale sulle Risorse Fitogenetiche per l’Alimentazione e l’Agricoltura (ITPGRFA) – oggi il punto di riferimento ufficiale, dopo la convenzione di Rio de Janeiro del 1992 – definisce le risorse genetiche agrarie “come qualsiasi materiale genetico di origine vegetale che abbia un valore effettivo o potenziale per l’alimentazione e l’agricoltura”. Esse sono una parte dell’intera variabilità genetica presente sulla terra (biodiversità), comprendono tutte le forme coltivate, i progenitori selvatici delle forme coltivate, le specie affini non progenitrici di quelle coltivate e le specie spontanee non coltivate, utilizzate dall’uomo per scopi particolari (piante officinali, piante tintorie, ecc.).

Gli obiettivi principali del Trattato, che è giuridicamente vincolante per i Paesi che lo hanno ratificato, sono “la conservazione e l’uso sostenibile delle risorse fitogenetiche per l’alimentazione e l’agricoltura e la ripartizione giusta ed equa dei benefici derivati dal loro utilizzo, in accordo con la Convenzione sulla Diversità Biologica”, ai fini di un’agricoltura sostenibile e della sicurezza alimentare. E ancora, molto importante, il Trattato “riconosce l’enorme contributo che gli agricoltori e le comunità contadine di tutto il mondo hanno dato e continuano a dare alla conservazione e allo sviluppo delle risorse fitogenetiche. Questo riconoscimento è la base dei ‘Diritti degli agricoltori’ ((Farmer’s Rights), che comprendono la protezione delle conoscenze tradizionali e il diritto a partecipare in maniera equa alla ripartizione dei benefici, così come il diritto di partecipare alle decisioni prese a livello nazionale in materia di risorse fitogenetiche” (Commissione FAO sulle Risorse Fitogenetiche, 2004).

Fra le risorse genetiche di interesse agrario oggi utili all’attività agricola sono comprese:

  •  le varietà locali (landraces), sono le varietà tradizionali (folk varieties, varietà del popolo), coltivate dagli agricoltori che ne riproducono la semente; sono state oggetto della selezione dell’agricoltore, spesso condotta inconsapevolmente; sono popolazioni eterogenee, in rapporto dinamico con l’ambiente naturale e le tecniche colturali;
  • le varietà migliorate (cultivars, cioè cultivated varieties) sono derivate da attività di miglioramento condotte dai costitutori varietali, a partire dalla fine del XIX secolo (il lavoro di Nazareno Strampelli può essere identificato come inizio di un’attività organizzata di miglioramento genetico). Sono popolazioni omogenee, spesso costituite da un solo genotipo (linee pure, ibridi semplici, cloni).

La storia dell’agricoltura e del miglioramento genetico delle piante coltivate sono frutto di uno scambio continuo di risorse genetiche, fra comunità rurali più o meno vicine, fra paesi (scambi mercantili), fra istituzioni scientifiche.

Le varietà locali sono popolazioni bilanciate, in equilibrio con l’ambiente e con i patogeni, geneticamente dinamiche, ma anche soggette ad un certo grado di selezione attuato dall’agricoltore. Sono evolute in condizioni di basso input e la diversità genetica che le caratterizza è necessaria ai fini della risposta sia ad eventi ambientali estremi, che ai cambiamenti dei criteri selettivi avvenuti nel tempo. I fenomeni riconducibili alle migrazioni sono tra i più importanti fattori che hanno determinato nel corso dei millenni l’incremento della variabilità nel germoplasma delle principali specie coltivate e soprattutto nei cereali, sia per le maggiori possibilità di introgredire nuova variabilità genetica delle accessioni selvatiche già presenti nei nuovi ambienti, sia per l’esposizione a differenti condizioni ambientali e quindi a diverse pressioni selettive.

Alcune di queste varietà sono ancora coltivate da comunità agricole locali, su piccole superfici sufficienti a soddisfare gli usi familiari o quelli della comunità. La loro permanenza in coltura fino ad oggi è sinonimo di adattabilità ambientale sensu latu e di rispondenza alle esigenze dell’agricoltore/utilizzatore. Vuol dire che queste hanno un vantaggio selettivo (agronomico, di trasformazione, culturale/storico) rispetto ad altre già da tempo abbandonate e probabilmente perse definitivamente.

Altre varietà sono state ritrovate grazie ai numerosi programmi di ricerca sostenuti da enti pubblici e amministrazioni locali, nell’ambito di più ampie iniziative di conservazione e valorizzazione della biodiversità agricola. Dalla valutazione dei tratti agronomici e qualitativi (di trasformazione o nutrizionali) di questi materiali genetici, emerge che alcuni presentano interessanti caratteristiche tali da sostenerne un’azione di reintroduzione in coltura e nel processo di trasformazione.

Un esempio di varietà locale: grano Solina , Farro, Khorasan.

Le varietà migliorate. Dall’analisi storica del grande lavoro di miglioramento genetico svolto a partire dalla fine del Settecento, emerge che in tutti i programmi, più o meno organizzati, il materiale genetico originario era rappresentato dalle varietà locali. Grazie alla loro variabilità interna i selezionatori hanno potuto scegliere i tipi migliori e, adottando metodi diversi, hanno ottenuto varietà stabili da far coltivare agli agricoltori. Il successivo ricorso all’incrocio, per creare nuova variabilità entro cui selezionare, ha ancora fatto uso delle varietà locali, almeno fino a quando non sono stati disponibili pools di materiali genetici migliorati da utilizzare come parentali. Inoltre, negli ultimi tempi è aumentato l’utilizzo delle risorse genetiche provenienti dalle specie selvatiche affini, grazie a tecniche di breeding sempre più efficienti.

In relazione al periodo di costituzione e rilascio sul mercato, si distinguono:

  • varietà moderne un esempio di varietà moderne è il grano Creso , di recente costituzione (indicativamente ultimi 20-30 anni);
  • varietà antiche o ancora iscritte al registro varietale (costituite fra gli anni sessanta e ottanta), ancora coltivate in superfici anche importanti, la cui semente non sempre è facilmente reperibile sul mercato (trattandosi di varietà ancora iscritte, la loro commercializzazione è consentita soltanto previa certificazione ufficiale); o costituite prima degli anni 60, iscritte d’ufficio al registro nazionale, ufficialmente avviato nel 1971 non più iscritte varietà molto vecchie, non più presenti nei registri varietali (in alcuni casi iscritte nei repertori regionali), spesso rintracciabili soltanto nelle banche del germoplasma o presso collezioni; pochissime di queste sono coltivate in esigue superfici.

Articolo di Stella Schiavon

IL CHICCO DI GRANO: